Dov’è la mia chiave?

La pubblicità dei wallet MPC (Multi-Party Computation) suona come il sogno di ogni principiante: dimentichi le ventiquattro parole scritte su un foglietto, niente seed phrase da perdere o da farsi rubare. La chiave privata, a quanto pare, non esiste nemmeno per intero: la matematica l’ha divisa in quote cifrate. Il wallet viene dichiarato non custodial: i Suoi soldi appartengono solo a Lei, nemmeno gli sviluppatori del servizio possono accedervi.

Suona bene. Ora togliamo l’involucro e vediamo come funziona davvero questo meccanismo, senza formule astratte né favole del marketing.

Il meccanismo della trappola: mezza chiave non è una chiave

Che cos’è, in pratica, un wallet MPC per il grande pubblico? La Sua chiave privata non è conservata sul dispositivo tutta intera: l’hanno fatta a pezzi. Di solito secondo lo schema «2 su 2» (come in Zengo) o «2 su 3» (come in Bron). Una parte si trova nell’app sul Suo telefono, l’altra sul server dell’azienda che ha creato il wallet. A volte c’è una terza quota, presumibilmente presso un «partner indipendente» o in un cloud, ma le regole di accesso le controlla comunque il servizio.

Per inviare anche un solo satoshi, il Suo telefono deve contattare il server dell’azienda ed eseguire con esso un calcolo crittografico congiunto. Solo in quel momento la blockchain riceve una firma digitale valida.

Ed ecco il fatto tecnico fondamentale su cui le brochure tacciono: senza la seconda quota, la Sua parte sul telefono è un inutile pezzo di spazzatura digitale. Non può esportarla in un altro wallet. Non può inserirla in Electrum, Bitcoin Core o Mitilena. Non può farci assolutamente nulla. Se il server remoto si rifiuta di partecipare al calcolo congiunto, i Suoi bitcoin restano murati su quell’indirizzo.

«Fuori dai piedi»: leggiamo le clausole scritte in piccolo

I creatori di questi servizi amano ripetere: «Ma noi siamo non custodial! Tecnicamente non possiamo rubarLe i soldi!»

Non hanno bisogno di rubare niente. Basta sbatterLe la porta in faccia. Non deve crederci sulla parola: apriamo i contratti d’uso di chi vende questa tecnologia a voce più alta.

Bron. Contratto del wallet (Wallet Terms), versione del 18 maggio 2026:

  • Punto 9.4. Il servizio può smettere di servirLa in qualsiasi momento senza spiegazioni, con un semplice preavviso di 14 giorni. L’opzione «non vogliamo più avere a che fare con Lei» è prevista fin dall’inizio.
  • Punto 2.1. Se l’azienda, a sua esclusiva discrezione, ritiene che le Sue operazioni comportino un rischio di sanzioni, violazioni AML o di qualsiasi altro requisito normativo, blocca l’account immediatamente e senza preavviso. E lì stesso è scritta la cosa principale: l’azienda si rifiuta di partecipare alla firma MPC delle Sue transazioni.
  • Sempre lì, nero su bianco: il servizio avverte onestamente che ciò può comportare la perdita totale dell’accesso ai Suoi cripto-asset, e che l’azienda non si assume alcuna responsabilità per tale perdita.
  • Esportazione della chiave. Pensava che, in caso di problemi, si sarebbe ripreso la Sua chiave? Il contratto descrive l’esportazione come una funzione che l’azienda può mettere a disposizione in casi eccezionali, a propria discrezione. Nessun obbligo di consegnarLe la chiave completa in caso di blocco.

Traduciamo dal legalese alla lingua degli esseri umani. Lei ha messo dei soldi nel wallet. Domani uno scoring AML automatico o la richiesta di qualche impiegato appiccica un’etichetta di sospetto al Suo trasferimento. Il server di Bron stacca la spina e Le disattiva la firma. Lei si rivolge al supporto: «Restituitemi i miei soldi, siete un servizio non custodial!» E Le picchiettano il dito sullo schermo: «Vedi il punto 2.1? Letto? Accettato? Fuori dai piedi.»

E Lei non potrà fare nulla. I bitcoin sono sulla blockchain, il saldo è visibile, ma non può spostare i fondi di un millimetro.

Zengo. Contratto d’uso, versione di giugno 2026:

  • Schema «2 su 2». Nessuna terza parte: una quota ce l’ha Lei, una il server. Il server interrompe la connessione e la transazione non si può più firmare.
  • Blocco. L’account viene congelato temporaneamente o per sempre se l’azienda «ritiene» che Lei abbia violato le condizioni o che il Suo comportamento «susciti il sospetto di attività criminali». Non una sentenza di un tribunale: un sospetto.

L’«escrow indipendente»: una garanzia da millecinquecento dollari

I marketer di Zengo ribattono: «Abbiamo il sistema Guaranteed Recovery! Se Zengo come azienda chiude, un fiduciario indipendente e un agente di escrow pubblicheranno le chiavi per decifrare le quote del server, e ogni utente recupererà i propri fondi!»

Suona solido. Togliamo la bella confezione e vediamo chi sono queste persone e di cosa rispondono nei Suoi confronti.

La chiave che decifra le quote del server, Zengo l’ha affidata in custodia alla società EscrowTech. Il diritto di ordinarne la pubblicazione spetta invece a un fiduciario.

  • Il fiduciario è lo studio di consulenza fiscale israeliano Joulus Gazit & Co. Nel contratto di Zengo è scritto nero su bianco che esso «non garantisce la completezza o l’accuratezza delle informazioni e non risponde di errori, omissioni o azioni relative al rilascio dei fondi». L’ultimo audit dello studio, del 6 ottobre 2026, afferma che a Zengo i soldi basteranno «almeno fino al 1° gennaio 2027». Su cosa si basa questa conclusione? Citazione diretta: «sulla base di una richiesta alla direzione della società e ai suoi consulenti legali». In pratica lo studio ha chiesto a Zengo se avesse soldi, ha ricevuto un sì e ci ha messo il timbro.
  • Il custode dell’escrow è EscrowTech, una società privata dello Utah con circa 14 persone. Il contratto specifico con Zengo è riservato. Ma secondo il contratto standard di EscrowTech, essa agisce esclusivamente come «mero depositario tecnico». In caso di controversia deve tenere il deposito congelato fino alla decisione di un tribunale statunitense, e la sua responsabilità finanziaria è limitata all’importo dei compensi ricevuti. Secondo il suo listino prezzi pubblico, il servizio costa a partire da 1.595 $ all’anno.

Quindi la «garanzia» su miliardi di dollari di depositi degli utenti poggia su una ditta dello Utah con un tetto di responsabilità di millecinquecento dollari e su uno studio fiscale che ha avvisato in anticipo di non rispondere di nulla.

Ma il punto principale è un altro: tutto questo meccanismo di salvataggio scatta SOLO in caso di liquidazione completa di Zengo stessa. Se l’azienda gode di ottima salute ma ha deciso di bloccare proprio Lei, il fiduciario non muoverà un dito. Per il sistema tutto funziona regolarmente. E la Sua chiave resta bloccata per sempre.

E quanto Le pagano se perdono la chiave?

Ipotizziamo il peggio: il server è andato a fuoco, i backup sono danneggiati o l’azienda ha semplicemente perso le quote del server. Quanto Le verrà risarcito? Apriamo la sezione sulla limitazione di responsabilità (Limitation of Liability) del contratto di Zengo: la loro responsabilità massima è limitata alla metà delle commissioni che Lei ha pagato al servizio nei 12 mesi precedenti («half the fees you paid us in the twelve months preceding»).

Aveva 100.000 $ nel wallet e ha pagato 100 $ per l’abbonamento Zengo Pro? Il tetto di responsabilità dell’azienda è esattamente 50 $. Usava il piano base gratuito? Il Suo tetto di risarcimento è uno zero tondo. Perso tutto, in mano un pugno di mosche. E non è una supposizione: è il contratto ufficiale che Lei sottoscrive quando crea il wallet.

Chi ha davvero creato la Sua chiave?

E l’ultima illusione: «Ma la mia quota personale viene generata sul mio telefono! Il server non la conosce!»

Accendiamo la logica. L’app mobile è scritta dalla stessa identica azienda, scaricata da uno store e costantemente collegata al loro backend. Chi controlla il generatore di numeri casuali dentro quell’app? Il codice dell’azienda. Chi ha compilato il binario? La stessa azienda.

Non solo: secondo l’architettura ufficiale di Zengo, una copia cifrata della Sua quota «personale» è comunque conservata sui loro server; lo chiamano backup. Gli sviluppatori sostengono che la chiave di decifratura si trovi separatamente nel Suo cloud personale. Ma l’app dell’App Store mantiene davvero queste promesse? Un utente normale, attraverso lo schermo dello smartphone, non saprà mai se il software non stia inviando quei 32 byte di segreto privato direttamente ai suoi creatori, apertamente o camuffati da normale telemetria.

E se la quota del client finisce all’azienda, dividere la chiave perde ogni senso: la parte del server ce l’hanno già, quella del client l’hanno ottenuta, ed ecco una chiave privata completa. In quel momento tutta la matematica dell’MPC smette di proteggerLa dal servizio stesso: l’azienda può firmare qualsiasi transazione a Sua insaputa. E quando il saldo andrà a zero o l’account verrà bloccato, Le diranno semplicemente: «È stato bannato per violazione delle regole, arrivederci.»

Entrambe le parti della chiave nascono dal software di un unico e medesimo servizio commerciale. L’affermazione «la chiave ce l’ha solo Lei» si regge esclusivamente sulla fede cieca nella parola d’onore degli sviluppatori.

L’alibi perfetto del custode

L’MPC viene presentato come il vertice della sicurezza non custodial. In realtà l’utente ottiene il peggio di entrambi i mondi:

  • Dal wallet non custodial eredita la totale assenza di garanzie: se perde il telefono o l’accesso al cloud, l’azienda allargherà le braccia: «Siamo non custodial, non abbiamo la Sua chiave, non possiamo recuperare nulla.»
  • Dall’exchange custodial eredita un controllo esterno al cento per cento: il server remoto può negarLe la firma in qualsiasi secondo.

Ma su un normale exchange centralizzato Lei ha almeno lo status giuridico di cliente: l’exchange deve rispettare le norme finanziarie, restituire il saldo residuo alla chiusura del conto o rispondere in tribunale. In un wallet MPC per il grande pubblico, invece, il business si è costruito l’alibi perfetto:

«Non abbiamo toccato i Suoi soldi: sono sulla blockchain, se li ammiri pure. Ci siamo solo rifiutati di calcolare la firma insieme a Lei. E se senza la nostra firma non può inviare nemmeno un centesimo… beh, le regole le ha firmate Lei. Lette? Accettate? E ora si levi di torno.»

Nessuno sostiene che La deruberanno di sicuro domattina. Ma tutta l’infrastruttura, tutto il software e tutti i contratti sono progettati fin dall’inizio in modo che La si possa tagliare fuori dai Suoi soldi in qualsiasi giorno. E nessuno Le garantisce il contrario.